Non c’è trippa per Draghi
Per quanto tempo ancora l’Europa farà della Banca centrale europea il paravento dei propri squilibri e dei clamorosi errori di metodo e sostanza? Nel dopo elezioni italiano, molti – a Berlino e Roma – hanno evocato il “pilota automatico” di Mario Draghi. Così come nelle chiacchiere in libertà su Cipro, mentre il neo presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem indicava nel sequestro dei depositi il modello per future crisi, è stata l’Eurotower a fischiare la fine della ricreazione.
11 AGO 20

Per quanto tempo ancora l’Europa farà della Banca centrale europea il paravento dei propri squilibri e dei clamorosi errori di metodo e sostanza? Nel dopo elezioni italiano, molti – a Berlino e Roma – hanno evocato il “pilota automatico” di Mario Draghi. Così come nelle chiacchiere in libertà su Cipro, mentre il neo presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem indicava nel sequestro dei depositi il modello per future crisi, è stata l’Eurotower a fischiare la fine della ricreazione. Ora però, oltre a utilizzare la Bce come pronto intervento o deterrente nell’europeriferia, i governanti dell’euro hanno di fronte due distinti focolai di crisi sistemica, per i quali la politica monetaria non basta più, mentre servono strategie di respiro europeo da parte dei governi.
Il primo fronte è costituito dagli squilibri del credito nei paesi del sud Europa, squilibri tornati ad ampliarsi dopo la restrizione degli spread dall’estate scorsa sempre in seguito alle azioni e alle parole di Draghi. Secondo Goldman Sachs, in Italia e Spagna il maggior costo del denaro ha raggiunto a gennaio (quindi prima delle elezioni italiane) il record del 3,7 per cento di differenza rispetto al nord Europa. Come è possibile per le nostre imprese recuperare davvero competitività in questa situazione?
Il secondo focolaio è la fuga dalla moneta unica dei paesi emergenti, che gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale quantificano in 45 miliardi di euro nel 2012, pari a una riduzione dell’otto per cento nell’esposizione globale verso la nostra valuta. L’euro, osservava ieri il Financial Times, costituisce appena il 24 per cento delle riserve delle nuove economie – non solo i Brics, ma anche paesi come Australia e Messico –, cioè il livello più basso dal 2002, dopo aver raggiunto nel 2009 il 31 per cento. Questo significa, dice Jeffrey Frankel, professore di Economia e Finanza alla Harvard Kennedy School of Government, “che ci saranno magari due valute internazionali, ma non c’è più nessuna possibilità di sfidare il dollaro”. I governi, a partire da quello tedesco, non possono nascondersi ancora dietro la Bce. Urgono decisioni sulla condivisione del debito a fronte del rigore fiscale, decisioni non rinviabili alle elezioni federali tedesche di settembre. Altrimenti, se non si vuole trasformare una ritirata strategica à la Dunkerque in una rotta stile Waterloo, si cominci a pianificare una lunga e ordinata via d’uscita.
Il secondo focolaio è la fuga dalla moneta unica dei paesi emergenti, che gli ultimi dati del Fondo monetario internazionale quantificano in 45 miliardi di euro nel 2012, pari a una riduzione dell’otto per cento nell’esposizione globale verso la nostra valuta. L’euro, osservava ieri il Financial Times, costituisce appena il 24 per cento delle riserve delle nuove economie – non solo i Brics, ma anche paesi come Australia e Messico –, cioè il livello più basso dal 2002, dopo aver raggiunto nel 2009 il 31 per cento. Questo significa, dice Jeffrey Frankel, professore di Economia e Finanza alla Harvard Kennedy School of Government, “che ci saranno magari due valute internazionali, ma non c’è più nessuna possibilità di sfidare il dollaro”. I governi, a partire da quello tedesco, non possono nascondersi ancora dietro la Bce. Urgono decisioni sulla condivisione del debito a fronte del rigore fiscale, decisioni non rinviabili alle elezioni federali tedesche di settembre. Altrimenti, se non si vuole trasformare una ritirata strategica à la Dunkerque in una rotta stile Waterloo, si cominci a pianificare una lunga e ordinata via d’uscita.